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[LIBRO] M. VITA, MORTE, SEGRETI E LEGGENDA DEL RE DEL POP

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Messaggio Da mija.jami il Lun 12 Nov - 23:02

Michael Jackson: il libro in uscita,un nuovo Thriller

MICHAEL JOE JACKSON, LA BIOGRAFIA: M – Vita, morte, segreti e leggenda del Re del Pop, un libro in uscita in Italia il 13 novembre 2012, edito da Piemme.

Autore del libro, Randall Sullivan, ex giornalista di punta delle riviste specializzate nel mondo della musica Esquire e Rolling Stone. Tre anni di lavoro per l’autore, durante il quale ha avuto accesso alla cerchia dei Jackson, tra cui ai consulenti legali e ai collaboratori più stretti.
Titolo originale della biografia, “Untouchable, the story of Michael Jackson” from his boy idol childhood to the final four-year odyssey of his tumultuous adult life. (Dalla sua infanzia di ragazzo-idolo agli ultimi quattro anni di odissea della sua tumultuosa vita adulta). Acquistabile in lingua originale su Amazon.
Una vecchia dichiarazione di Sullivan, rilasciata nel luglio 2012 dopo il “sequestro” di nonna Katherine Jackson, rende l’idea dell’approccio con cui si è dedicato a scrivere il libro, la prima biografia postuma di Michael Jackson.
Alla domanda se ci sia qualcuno che stia prendendo in considerazione il benessere, il futuro, la salvaguardia dei diritti dei figli di Jackson, Randall Sullivan rispose: “Katherine è una persona molto dolce. Marlon e Tito sono umani. Il resto di loro? Ho i miei dubbi”.


In poche parole, secondo la tesi di Sullivan, alcuni membri della famiglia, guidati da Randy Jackson, si sono convinti che l’unico modo di ottenere il controllo del patrimonio di Michael Jackson è costringere Katherine Jackson ad abdicare dal suo potere di rappresentante del figlio Michael.
Randy e suo padre, Joe Jackson, sono determinati ad ottenere il controllo della situazione e del patrimonio dal giorno in cui Michael è morto.
Rovistando e indagando nella “corte dei miracoli” che circondava Michael Jackson, analizzando i fatti e ricostruendo la cronologia degli eventi vissuti dal Re del Pop e dai suoi familiari, Sullivan cerca di svelare il “giallo” della fine della pop star. Una fine prematura, ma in fondo annunciata, il risultato di lunghi anni di sofferenza, non solo fisica, di Michael Jackson.
Per quanto riguarda l’obiettività e l’autorevolezza dell’autore, tra i pochi cenni biografici che circolano in Rete, segnaliamo che il giornalista Randall Sullivan cambiò profondamente dopo la sua visita a Medjugorje. Da scettico è diventato un credente.
Da allora ha scritto e conduce un programma TV chiamato “il detective dei miracoli“. Sarà un miracolo anche riuscire a far piena luce sulla scomparsa di Michael Jackson.

FONTE: [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]


M. VITA, MORTE, SEGRETI E LEGGENDA DEL RE DEL POP]
di Randall Sullivan


[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]

È stata probabilmente la più talentuosa, la più ricca, la più famosa e più amata pop star del pianeta. Il 25 giugno 2009, giorno della sua morte, milioni di fan lo hanno pianto, grati che il grande artista abbia lasciato al mondo la sua musica senza tempo. Eppure, quell’ondata di commozione aveva un sapore dolceamaro. Il Peter Pan della canzone da quindici anni era inseguito da scandali e accuse che lo avevano prostrato e prosciugato economicamente. Profondamente solo, si era spesso affidato alle persone sbagliate, approfittatori e avvoltoi che non si sono fatti scrupoli a sfruttare il suo genio e la notorietà connessa. Ma il pericolo più grande per lui era la sua famiglia, il padre soprattutto, aggressivo, spregiudicato e affamato di soldi, ma anche i fratelli, con cui aveva diviso il successo giovanile dei Jackson 5. «Adesso capisci perché sono così?» ha chiesto un giorno in lacrime a un suo amico, mentre nella sua stessa casa si nascondeva dai genitori, che pretendevano una montagna di soldi per partecipare ai festeggiamenti per il Trentesimo Anniversario del loro figlio. «Come potrei essere diverso?»Geniale, perfezionista, instancabile sul palco, amorevole e premuroso con i figli, generoso con amici e sconosciuti. Fragile, bisognoso di affetto, insicuro, spendaccione, staccato dalla realtà, barricato nel suo mondo, di cui la reggia di Neverland era il riflesso. Forse semplicemente umano, mai davvero compreso dai media, dai fan, da chi gli è stato vicino.Basandosi su testimonianze inedite di amici, nemici, dipendenti, avvocati e soci del cantante, voci che non avevano mai rilasciato dichiarazioni e che d’ora in poi probabilmente non parleranno più, Randall Sullivan traccia un ritratto completo, sfaccettato, toccante del grande artista in tutte le sue contraddizioni. Dall’infanzia sotto i riflettori alla fama mondiale, agli anni bui degli scandali, fino alle lotte famigliari per la gestione dell’eredità. Il racconto definitivo di colui che, nonostante tutto, non ha mai perso la corona di Re del Pop.

PROLOGO


Per essere una persona che non ha mai perso occasione per ostentare
la sua solitudine, Michael Jackson ha passato gran parte della sua vita
a tentare di evitare il contatto con la gente. Ha trascorso molti dei suoi
giorni barricato dietro muri e inferriate o spostandosi furtivamente da
un nascondiglio all’altro. Si travestiva, troncava di netto ogni rapporto
e cambiava di continuo numero di telefono. Eppure, uno stuolo di paparazzi,
ufficiali giudiziari, donne in preda al delirio e uomini disperati
riusciva a seguirlo comunque, ovunque andasse.
A rendere ancora più penosa la sua situazione, però, era il fatto che
la fonte principale delle sofferenze da cui cercava di fuggire si annidava
proprio all’interno della sua famiglia.
Come nella tarda estate del 2001, quando gli furono di nuovo addosso.
Mancavano due giorni alla partenza per new York, dove il 7 e il 10 settembre
erano in programma al Madison Square Garden i concerti per il suo Trentesimo anniversario.
L’amico e socio in affari Marc Schaffel, in collaborazione con il produttore David Gest,
era riuscito a mettere insieme un cast che rappresentava il panorama musicale degli
ultimi trent’anni a partire dalla registrazione del primo singolo solista
di Michael, Got to Be There, nel 1971. La formazione andava dunque
da Kenny Rogers a Usher e includeva artisti dai talenti più diversi, come
le Destiny’s Child, Ray Charles, Marc Anthony, Missy Elliot, Dionne Warwick,
Yoko Ono, Gloria Estefan, Slash e Whitney Houston. Samuel L. Jackson aveva accettato
di ricoprire e il ruolo di maestro di cerimonie, mentre Elizabeth Taylor e Marlon Brando,
amici intimi di Michael, furono coinvolti per registrare dei discorsi da proiettare durante lo show.
Michael voleva anche la sua famiglia a New York; nelle sue intenzioni
i fratelli si sarebbero esibiti in un medley dei successi dei Jackson 5,
mentre i genitori avrebbero assistito allo spettacolo in appositi palchi
riservati. I suoi familiari, però pretesero la corresponsione di un cachet.

David Gest acconsentì a un onorario di duecentocinquantamila dollari
per tutti i membri della famiglia, anche quelli che sarebbero stati presenti
solo in qualità di pubblico. Schaffel pensò che fosse “molto strano”
dover pagare i familiari di Michael perché andassero al suo concerto
per l’anniversario, soprattutto quelli che non sarebbero nemmeno saliti
sul palco, ma pagò comunque la somma pattuita ai Jackson, di tasca
propria. A pochi giorni dal primo spettacolo, però, Jermaine Jackson
venne a sapere da un articolo di giornale che l’incasso complessivo dei
due concerti sarebbe ammontato ad almeno dieci milioni di dollari, così
convinse i genitori a esigere da Michael altri cinquecentomila dollari
a testa. Jermaine e suo padre Joe redassero addirittura un contratto e,
insieme a Katherine, cominciarono a dare la caccia a Michael per tutta
la California meridionale nella speranza di farglielo firmare e minacciandolo
di non presentarsi a New York in caso contrario.
Michael si rifugiò per qualche giorno nella casa di Schaffel a Calabasas,
tra le colline della parte più occidentale della San Fernando Valley. Il
giorno prima di partire per New York, però, disse di dover passare al
suo ranch, Neverland, per prendere dei vestiti e alcuni effetti personali
che gli sarebbero serviti per il viaggio. Non fece neanche in tempo a
mettere piede in casa con i suoi due bambini – Prince di quattro anni
e Paris di tre –, che le guardie lo avvertirono subito che suo padre Joe,
sua madre Katherine e il fratello Jermaine attendevano all’ingresso principale
e chiedevano di poter entrare per fargli firmare dei documenti.
Michael ordinò alla sorveglianza di mandarli via, dicendo loro che lui
non era presente. Joe Jackson, però, si rifiutò di muoversi. «Sono suo
padre» obiettò. «Ho bisogno di usare il bagno. E anche sua madre.
Lasciateci entrare.»
Disperato, Michael telefonò a Schaffel per spiegargli la situazione. Se
li avesse lasciati entrare, lo avrebbero costretto a firmare il contratto che
lo obbligava a versare a ciascuno di loro altri cinquecentomila dollari.
Ma, d’altra pparte, non poteva certo lasciare fuori di casa sua madre che
oltretutto chiedeva soltanto di poter andare in bagno. Alla fine, fece
riferire alla sua famiglia che, pur in sua assenza, potevano entrare nella
proprietà e utilizzare i servizi.
Appena oltrepassato il cancello del ranch, Joe e Jermaine si diressero
alla residenza principale e vi si intrufolarono alla ricerca di Michael.
«Misero letteralmente tutto sottosopra» ha ricordato Schaffel.
Michael si chiuse con i figli in un nascondiglio segreto dietro all’armadio della camera
e da lì telefonò al suo amico. Era in lacrime. «lo vedi cosa mi fanno?
Capisci ora perché non voglio avere niente a che fare con i miei fratelli,
perché mi nascondo ed evito di rispondere quando mi chiamano?
«Li ho sempre aiutati, tutti» spiegò con la voce rotta dal pianto. «Ho
mandato i loro figli a scuola. Eppure, mi stanno ancora addosso,
vogliono sempre di più. Sono insaziabili. E mio padre è il peggiore di tutti.»
Michael restò un attimo senza fiato, incapace di continuare – ha ricordato Schaffel –
e poi riprese tra i singhiozzi: «La cosa più brutta, quella che mi rattrista davvero,
è che sono costretto a mentire a mia madre.
«Capisci, Marc?» lo incalzò. «Ora ti rendi conto perché sono così?
Come potrei essere diverso?»


I


Il 29 giugno 2005, sedici giorni dopo la lettura della sentenza che lo
assolveva dall’accusa di molestie sessuali su minori nel processo tenutosi
nella contea di Santa Barbara, Michael Jackson concludeva un lungo
viaggio che lo aveva portato all’altro capo del paese, poi attraverso
l’Oceano atlantico, oltre il Mediterraneo e, infine, nel Golfo Persico. il
suo jet privato atterrò all’aeroporto internazionale del Bahrain, Manama,
a quasi tredicimila chilometri di distanza dal suo ultimo domicilio in
California: aveva dovuto spingersi così lontano per trovare un po’ di
pace, ma anche lì non sarebbe durata a lungo.
Chi si recò ad accoglierlo sulla pista fu contento di trovarlo meno
scheletrico di quanto fosse apparso durante le ultime fasi del processo.
«Verso la fine, a volte, non mangiava né dormiva per giorni interi» ha
ricordato il suo legale, Tom Mesereau. «Ci chiamava in lacrime alle tre
o alle quattro del mattino, preoccupato di ciò che sarebbe accaduto ai
suoi figli se fosse finito dietro le sbarre. in quelle ultime settimane aveva
le guance così scavate che la pelle degli zigomi pareva poggiare direttamente sull’osso.»
Ma al suo arrivo a Manama aveva ripreso quattro chili e mezzo e sembrava
addirittura capace di arrivare al terminal a passo di danza.
Coloro che lo attendevano all’aeroporto pensarono tutti che di persona
appariva molto meno strano di come si erano immaginati dalle fotografie.
E la grandezza di quelle mani! Allahu Akbar.
Mesereau faceva parte della folla di persone riunitesi a Neverland il
pomeriggio della sentenza. Michael lo aveva ringraziato ripetutamente,
ma di fatto si era limitato ad abbracciare i suoi figli con lo sguardo
perso nel vuoto. Durante il processo, quando farneticava del complotto
ordito contro di lui, era corsa voce di un progressivo scivolamento del
cantante in un delirio farmaco-indotto, ma Mesereau aveva dichiarato
e più volte ribadito che solo quel giorno aveva incontrato un Michael
«poco lucido».

Erano in pochissimi a sapere che a ridurlo pelle e ossa erano state
le deliberazioni della giuria. Tra questi c’era Dick Gregory, comico
diventato attivista politico. Insieme ad altri accompagnò Jackson dal
tribunale al ranch, in quello che tutti avevano pensato potesse essere
l’ultimo viaggio per lui a Neverland. Quell’uomo magro dalla barba
bianca entrava e usciva dalla vita del cantante da anni, ma Michael
aveva insistito perché gli fosse accanto mentre veniva data lettura
del verdetto della giuria. Più tardi, quella sera, ha ricordato lo stesso
Gregory, quando Mesereau e gli altri se n’erano già andati, Jackson lo
aveva pregato di seguirlo di sopra, in camera sua, ha ricordato Gregory.
Sulle scale, allorché si era gettato tra le sue braccia, Dick aveva avvertito
distintamente le sue ossa sotto gli abiti. «Non mi lasciare!» lo implorò
Michael. «Stanno cercando di uccidermi!»
«Hai mangiato?» gli chiese Gregory. Era stato proprio l’attore, a suo
dire, a insegnargli il digiuno, assistendolo durante un’astensione dal cibo
durata ben quaranta giorni. Per riuscire a resistere così a lungo senza
nutrimento, Gregory gli aveva consigliato all’epoca di bere litri e litri
d’acqua, ma Michael pareva aver dimenticato quella parte della lezione.
«Non posso mangiare. Tentano di avvelenarmi!» ribatté Jackson.
«E quando è stata l’ultima volta che hai assunto dei liquidi?» gli
domandò Gregory.
«Non l’ho fatto.»
«Tu devi cambiare aria» aveva concluso Gregory.
Meno di un’ora dopo, Jackson era giunto al Santa Barbara’s Marian
Medical Center, scortato dall’attore e da un piccolo gruppo di addetti
alla sicurezza, e lì era stato immediatamente sottoposto a fleboclisi
di liquidi e sonniferi. I medici che gli prestarono scoccorso dissero a
Gregory che la popstar non sarebbe sopravvissuta un giorno in più
senza le cure appropriate. Mentre la sua famiglia preparava una festa
per celebrare la sua vittoria giudiziaria, Michael giaceva in un letto
d’ospedale, continuando a perdere e riacquistare conoscenza. A un
certo punto chiese se si trovasse in prigione e, in un secondo momento,
se quello fosse l’aldilà. Lasciò il Medical Center soltanto dopo quasi
dodici ore di terapia endovenosa.
Fece una breve tappa a Neverland per fare i bagagli, poi lasciò definitivamente il ranch.
Mesereau lo aveva esortato ad andare via dalla contea di Santa Barbara
il prima possibile e non tornarvi mai più.
Per come la vedeva lui, l’ufficio del procuratore distrettuale e quello dello
sceriffo della contea di Santa Barbara erano ossessionati dal desiderio di
distruggere Michael Jackson e sarebbero diventati ancora più pericolosi
dopo l’umiliazione del verdetto di non colpevolezza. «Dissi a Michael
che bastava un solo bambino entro i confini della proprietà perché
gli piovesse in testa un’altra incriminazione» ha dichiarato Mesereau.
Michael trascorse la maggior parte della settimana dopo il proscioglimento
al centro benessere del suo amico Deepak Chopra, a Carlsbad, in
California; il centro si affacciava su una scogliera che domina il Pacifico,
tra los angeles e San diego. Fu raggiunto dai suoi figli e dalla tata
africana, Grace Rwaramba. donna affascinante e dalla figura snella,
con un’acconciatura afro tendente all’arancio e grandi occhi profondi,
la Rwaramba è stata alle dipendenze di Jackson per quasi vent’anni. In
quel periodo era vicina ai quaranta. Era fuggita dall’Uganda da ragazzina,
lasciando un paese decimato dal sanguinario signore della guerra
Idi Amin per trascorrere l’adolescenza studiando nel Connecticut dalle
suore cattoliche della Holy name academy. Era diventata famosa tra
le sue compagne di classe per la sua vasta collezione di foto, cartoline,
magliette e guanti di Michael Jackson, e per le sue vibranti dichiarazioni
d’amore per il Re del Pop. Nell’annuario della Holy name del 1985 a
ciascuna diplomanda era stato concesso di scrivere una sorta di “profezia”.
Nella sua si leggeva: «Grace Rwaramba è sposata con Michael Jackson
e ha dato vita alla nuova generazione dei Jackson 5».
Era incredibile quanto fosse andata vicina alla realizzazione di quel
sogno di liceale. Dopo la laurea in Business administration presso l’Atlantic Union College,
aveva conosciuto la famiglia di Deepak Chopra, che la presentò personalmente
a Michael e la fece assumere nel suo staff durante il Dangerous Tour.
Con la qualifica di direttrice del personale, inizialmente si era occupata
soprattutto di questioni assicurative, ma aveva cominciato presto a bruciare le tappe
a neverland, fino a diventare la collaboratrice più fidata di Michael.
Quando, nel 1997, nacque Michael Joseph Jackson Jr., il cantante lo affidò alle sue cure.
Grace si occupò anche degli altri due bambini – Paris Michael Katherine Jackson, nata
nel 1998, e Prince Michael Joseph Jackson ii, del 2001 – in maniera così
attenta e affettuosa che tutti e tre la chiamavano «mamma»
Il suo rapporto con il loro padre era un po’ più confuso. Con gli
anni, Grace aveva sviluppato nei confronti di Michael un certo cinismo,
del tipo “attenta a ciò che desideri”, che aveva finito per soppiantare
la devozione di un tempo. Era l’unica dipendente che avesse mai osato
criticarlo o contraddirlo ed era anche stata licenziata diverse volte, per
essere sempre riassunta subito dopo, soprattutto perché i bambini la
reclamavano in lacrime. Sui giornali e su internet si susseguivano le
notizie su un imminente matrimonio tra Grace e Michael, ma raramente
veniva menzionato il particolare che lei era già sposata con un certo
Stacy adair. il matrimonio, che Grace definiva un’«unione di convenienza»
(presumibilmente per evitare che la Rwaramba potesse avere
problemi legati all’immigrazione), era stato celebrato a Las Vegas nel 1995.
Ad aumentare la confusione contribuivano le opinioni discordanti che chi
frequentava Michael aveva su Grace. il dottor Chopra la definiva immancabilmente
«una giovane incantevole» e «affezionata» a Michael e ai suoi figli.
Secondo altri, invece, Grace era attenta soprattutto al potere che le derivava dal
suo status di “guardiana” di Michael e dedicava quasi tutte le sue energie a cercare
di isolarlo da chiunque desiderasse stabilire un contatto diretto con lui.
Pur essendo cresciuta con quattordici tra fratelli e sorelle nella cittadina ugandese di ishaka,
Grace aveva passato la maggior parte della sua vita adulta in dimore favolose o nelle
suite presidenziali di hotel a cinque stelle, il che aveva contribuito, con il passare del tempo,
a darle una visione distorta e ingigantita dei propri diritti.
La rivista «Time» ’aveva definita «la tata più potente dell’universo» per via dell’influenza
esercitata sui figli di Jackson. Tom Mesereau ha ammesso che la presunzione e l’arroganza
di Grace avevano avuto un ruolo non marginale nella sua decisione di rinunciare all’incarico
di consulente legale di Michael. «Non ne potevo veramente più di avere a che fare con lei» ha
dichiarato. Si diceva che fosse legata alla Nation of Islam, ma in realtà
aveva seguito un corso di studi biblici durante il processo a Michael e
pareva fosse diventata testimone di Geova. Nell’unica dichiarazione
pubblica rilasciata nel corso del processo, Grace aveva così risposto
alla domanda su chi ci fosse secondo lei dietro le accuse di molestie
sessuali: «Satana, il demonio». il consigliere spirituale di Jackson, Firpo
Carr, anche lui testimone di Geova, rivelò di avere sentito parlare di
lei come di «una manipolatrice, una donna potentissima e ambiziosa»,
ma che incontrandola personalmente l’aveva trovata «una persona tra
le più semplici che abbia mai conosciuto».
Questo mix di forza e modestia sostanziava il suo rapporto con
Michael, che lei spesso trattava come il quarto bambino affidato alla
sua custodia. Quando finalmente, su insistenza di Grace, si decise
ad acquistare un telefono cellulare, Michael lo perse il giorno dopo
e ricominciò a chiedere a chiunque volesse mettersi in contatto con
lui di chiamare Grace. I due discutevano continuamente sullo stile
di vita eccessivo di Michael. Quasi tutti i proventi derivanti dalle sue
partecipazioni ai cataloghi musicali, dalle vendite dei dischi e dalle
royalty sulle canzoni erano destinati immancabilmente al risanamento
dei debiti. Ciò nonostante, Michael non rinunciava ad alloggiare nelle
suite degli alberghi più sontuosi ogni volta che visitava una nuova città.
Quando non c’erano i soldi per pagare il conto, soggiornava da uno dei
tanti “amici” che mettevano a disposizione di Jackson le loro proprietà.
Michael era talmente disinteressato alla gestione delle sue finanze da far
depositare tutti gli assegni a suo nome sul conto bancario di lei, rivelò
la stessa Grace, per poi chiederle il denaro che gli serviva. Però, quando
lei gli diceva che i soldi erano finiti, era sempre contrariato o sospettoso.
Il 17 giugno, quattro giorni dopo il proscioglimento, Michael era
rientrato in possesso del passaporto, e il giudice Rodney Melville, che
aveva presieduto la causa, gli aveva accordato la restituzione dell’anticipo
di trecentomila dollari già versato a parziale copertura della cauzione
(di tre milioni). Due giorni più tardi, senza avvertire nemmeno i più
stretti collaboratori, Jackson era volato a Parigi con i figli e la tata su
un jet privato, quindi si era trasferito in limousine all’Hotel de Crillon,
nel sontuoso complesso di palazzi che sorge in fondo agli Champs Elysées.
I trecentomila dollari avrebbero coperto il costo di dieci giorni di quel lusso
tanto sfrenato. Era pressoché impossibile ottenere una suite presidenziale
al Crillon senza un ampio preavviso, perché in genere sono riservate ai
capi di stato e ad alti funzionari governativi, ma per Michael Jackson la
direzione dell’albergo fece un’eccezione.
Nei successivi dieci giorni, il cantante non solo aveva potuto riposare
e ristabilirsi, ma anche concedersi una cosa che negli ultimi mesi gli
era stata negata: gli sfarzi di una condizione regale. Era ancora il Re
del Pop, ben più di una semplice celebrity, un personaggio di importanza tale
da poter pernottare nella favolosa suite Leonard Bernstein al Crillon,
dove poteva lasciar scorrazzare i figli sulla famosa terrazza panoramica,
con la vista spettacolare sulla ville lumière, mentre lui si dilettava a suonare il piano.
C’era soltanto una notizia buona a incoraggiarlo: stando a Mediabase,
organo di monitoraggio delle trasmissioni radiofoniche e dell’industria
discografica, i passaggi dei brani di Michael Jackson erano triplicati nei
primi due giorni successivi al verdetto della contea di Santa Barbara.
Il Bahrain prometteva pace e riservatezza. All’arrivo all’aeroporto
della capitale, Jackson e i bambini furono accompagnati direttamente
al sensazionale palazzo del loro ospite, lo sceicco Abdullah Bin Hamad
Bin Isa Al Khalifa, secondogenito trentenne del re dello stato. Da quasi
dieci anni egli era non solo il governatore della provincia meridionale
dello stato, ma anche il più “rock” tra i signori del petrolio di tutto il
Medio Oriente. Fan sfegatato dei Led Zeppelin, oltre che di Bob Marley,
il corpulento Abdullah possedeva una seconda casa nel quartiere di
Kensington, a Londra, dove lo si vedeva girare in sella alla sua Harley Davidson,
spesso con indosso ampie vesti svolazzanti e, talvolta, con
una chitarra a tracolla. Aspirante autore di canzoni a cui le ricchezze di
famiglia e la fede islamica avevano dato un senso di illimitate possibilità,
lo sceicco progettava di rilanciare la carriera di Jackson (e far decollare la
sua) grazie alla 2 Seas Records, etichetta discografica che i due avrebbero
posseduto in società. Nel palazzo di Abdullah c’era la migliore sala d’incisione del regno
e Michael avrebbe potuto servirsene a suo piacimento, come lo sceicco gli aveva
assicurato in una serie di telefonate intercorse tra Manama e Neverland
durante lo svolgimento del processo.
In quei mesi, il principe aveva dimostrato la serietà delle sue intenzioni
con una straordinaria prodigalità finanziaria. Presentato all’artista
dal fratello Jermaine, che si era convertito all’islam nel 1989, lo sceicco
Abdullah aveva prestato fin dall’inizio ben più di un compassionevole
orecchio alla dolorosa storia delle spese legali che stavano mandando
sul lastrico il cantante. «Diceva: “Che cosa posso fare per questo mio
fratello?”» ha riferito Grace Rwaramba. «“Cosa posso dare ai bambini?”.»
Nel marzo 2005, proprio mentre l’accusa cominciava a esporre
la sua tesi in sede processuale, le aziende locali di servizio pubblico
minacciavano di sospendere le forniture a Neverland se la superstar, a
corto di liquidi, non avesse pagato le bollette arretrate. Abdullah, che
non aveva mai incontrato Michael faccia a faccia, rispose immediatamente
inviando trentacinquemila dollari sul conto personale della Rwaramba.
Lei se ne disse “sbigottita”, ma lo sceicco si limitò a scusarsi per la cifra misera,
promettendo che «la prossima volta» sarebbe stata «più congrua».
Un mese dopo, sempre stando alle dichiarazioni di Grace,
Jackson chiese un milione di dollari, e lei rimase «a bocca aperta»
quando il principe versò la somma senza battere ciglio. All’inizio
dell’estate, Abdullah aveva promesso di saldare i 2,2 milioni di spese
legali che Jackson avrebbe accumulato alla fine della causa penale, se
il cantante si fosse trasferito a Manama.
Abdullah smaniava di esibire il suo trofeo, e tuttavia insistette che
le testate giornalistiche mantenessero il massimo riserbo sulla presenza
dell’artista in Bahrain per quasi due mesi. Ovviamente, il Re del Pop
non poteva passare inosservato, e vari organi d’informazione riportarono
la notizia che Jackson era nel paese, ospite del principe, precisando,
però, che secondo le dichiarazioni della famiglia reale «Michael vuole
vivere una vita normale e non essere braccato dai media». Lo sceicco
e il suo prestigioso ospite non si mostrarono insieme in pubblico fino
al viaggio nell’emirato di Dubai, il 20 agosto, e dovette passare un’altra
settimana perché si concedessero ai reporter.
Un articolo dopo l’altro, la stampa mediorientale avrebbe decantato
l’aspetto «sano e felice» ritrovato da Jackson e immortalato nelle fotografie
scattate durante la prima apparizione pubblica dopo il processo,
il 27 agosto 2005, due giorni prima del suo quarantasettesimo compleanno, a Dubai.
Con una camicia blu elettrico e un cappello di feltro nero, Michael abbozzava un sorriso
esitante ma dolce, mentre posava, insieme all’imponente Abdullah dalle pesanti palpebre,
accanto al leggendario campione arabo di rally Mohammed Bin Sulayem,
davanti ai flash dei fotografi.
La sessione fotografica si era svolta negli uffici della Nakheel Properties,
la mastodontica società immobiliare responsabile di molti dei progetti che
hanno trasformato Dubai nella capitale mondiale dell’avvenirismo architettonico.
L’economia locale era trainata da lussuose proprietà immobiliari e shopping su appuntamento,
e Michael aveva già fatto la sua parte nei giorni precedenti, quando si era avventurato
all’esterno, in incognito e in un’auto dai vetri oscurati, per una visita al
complesso commerciale a due piani di incredibile opulenza, chiamato
dalla gente del posto The Boulevard. Terminati gli scatti, i dirigenti
della Nakheel accompagnarono Michael e Abdullah in un giro della
costa in motoscafo, sfiorando le acque azzurre iridescenti che lambiscono
le bianche spiagge di conchiglie e coralli, un tempo la principale
attrattiva del minuscolo emirato. Dal mare, Jackson poté vedere ogni
grattacielo, che sorgeva dalla sabbia come un silo di petroldollari.
Le Jumeirah Emirates Tower, lo informarono, occupavano il dodicesimo
e ventinovesimo posto della classifica degli edifici più alti del pianeta,
ma non erano nulla in confronto alla Dubai Tower, i cui lavori erano
cominciati quasi un anno prima e che, con i suoi 818 metri d’altezza,
una volta finita, nel 2009, sarebbe stata la più elevata struttura mai costruita dall’uomo.
La destinazione della crociera di quel pomeriggio era l’ultima prodezza
ingegneristica dell’emirato: le Palm Islands, dove oltre un miliardo
di tonnellate di roccia e sabbia erano servite a realizzare un complesso
residenziale di isole artificiali, ciascuna a forma di palma sormontata da
una mezzaluna. Le sterminate proporzioni del mondo fittizio che erano
riusciti a creare dal nulla facevano apparire Neverland, al confronto,
quasi un angolino pittoresco. Mentre Michael assicurava a tutti i presenti
che aveva serie intenzioni di stabilirsi a Dubai, Abdullah deliziava il
corteo di giornalisti con l’annuncio che “Mikaeel” stava progettando
di costruire nella sua nuova “patria” una grande moschea dedicata
all’insegnamento in lingua inglese dei principi dell’islam.
Jackson, in realtà, non era diventato musulmano, ma, stando al giornale
arabo-israeliano «Panorama», era «a un passo dalla conversione all’islam».
Presto la notizia fu ripresa dalla cbs news, e successivamente
commentata da Daniel Pipes, opinionista del «New York Sun», il quale
osservò che «è un modello comportamentale tipico e ricorrente negli
afro-americani». il fatto che a Jackson, in Bahrain, facesse piacere di
essere chiamato con il nome del grande angelo di Allah, Mikaeel, conferì
credibilità alla notizia della conversione, almeno agli occhi di quanti
ignoravano che durante il processo la popstar aveva accompagnato più
volte i figli alle funzioni nelle Sale del Regno dei testimoni di Geova di
Santa Barbara e Los Angeles, e che permetteva a sua madre di insegnare
ai tre bambini i capisaldi di quella fede.
Mikaeel avrebbe tenuto la sua ambivalenza religiosa per sé durante
tutta la permanenza in Medio Oriente e soprattutto quando tornò a
Manama con Abdullah per ricevere pubblicamente il saluto del padre
dello sceicco, il re Hamad Bin Isa Al Khalifa. Dopo un incontro privato
tra il cantante e Sua Maestà, lo staff del sovrano annunciò ai giornalisti
in attesa che il signor Jackson aveva appena acquistato un «lussuoso
palazzo» a Manama e avrebbe donato un’«immensa somma di denaro»
per la costruzione di una seconda moschea nella capitale del Bahrain.
Il palazzo, in realtà, era stato affittato dalla famiglia reale, e i milioni
“donati” da Jackson per le due moschee rimasero una vana promessa.
La popstar avrebbe vissuto a spese del principe per tutta la durata
del suo soggiorno a Manama e a Dubai, ma nemmeno le tasche dello
sceicco erano abbastanza piene da colmare la voragine in cui Michael
ormai sprofondava. L’interminabile serie di problemi –
legali, finanziari, personali e professionali – che lo avevano inseguito fin nel Golfo
Persico continuava a incombere minacciosa su di lui.
Due settimane prima che Jackson festeggiasse il suo compleanno a
Dubai, un giudice di new Orleans gli aveva comminato una multa di
diecimila dollari per non essersi presentato a rispondere di un’accusa
di violenza sessuale particolarmente assurda. Un uomo di trentanove
anni, di nome Joseph Bartucci, sosteneva di aver ricordato all’improvviso
– complice la cronaca televisiva del processo californiano – un’aggressione perpetrata
ai suoi danni e avvenuta ventun anni prima, durante l’Esposizione internazionale del 1984.
Secondo la sua denuncia, Bartucci era stato “attirato” nella limousine di Jackson
e portato in California durante un viaggio di nove giorni, nel corso del quale era stato costretto
ad assumere sostanze stupefacenti, mentre il cantante gli praticava sesso
orale, lo feriva con un rasoio e gli trafiggeva il petto con del fil di ferro.
Il querelante non era stato in grado di fornire alcuna prova a sostegno
delle accuse, mentre gli avvocati di Michael avevano dimostrato in
modo inconfutabile che il loro cliente si trovava in compagnia del presidente
e della first lady Nancy, proprio nei giorni del presunto rapimento, eppure
il giudice Eldon Fallon aveva dato l’autorizzazione a procedere.
E non si era fermato neppure quando era venuto fuori
che Bartucci era un bigamo dichiarato, coinvolto in diciotto tra cause
civili e penali negli ultimi diciassette anni, e che era stato arrestato nel
1996 per stalking.
Furioso con i suoi legali di New Orleans, che gli presentavano parcelle
da quarantasettemila dollari senza essere riusciti a ottenere il respingimento
di una denuncia palesemente fasulla, Jackson li aveva licenziati in tronco
nel periodo in cui si preparava a partire per il Golfo Persico e, una volta lì,
si era del tutto dimenticato della causa.
Ora che il giudice Fallon esigeva di sapere perché non avrebbe dovuto
ritenerlo colpevole di oltraggio alla corte ed emettere contro di lui una
sentenza in contumacia, sarebbe stato costretto a rispondere, anche se
si trovava all’altro capo del mondo.
Ed era solo una vertenza tra le tante. Negli ultimi dodici anni, Jackson aveva sborsato
quasi cento milioni di dollari in patteggiamenti e onorari di avvocati, per affrontare
la montagna di azioni legali, più o meno fondate, intentate contro di lui,
decine delle quali restavano pendenti.
La più onerosa – da tutti i punti di vista – gli era costata diciotto milioni di dollari,
a vantaggio della famiglia di un tredicenne, Jordan Chandler, nel 1994.
In seguito, secondo Mesereau, Michael sarebbe giunto alla conclusione che
accordarsi con i Chandler era stato «il più grave errore della sua vita».
Proprio la consistenza della somma, infatti, aveva convinto gran parte del pubblico
e molti esponenti dei media che, con buona probabilità, egli fosse davvero un molestatore
di bambini. Quale uomo innocente, si chiedevano, paga venti milioni di
dollari a un falso accusatore? «Uno che vuole disperatamente riprendere
in mano la propria vita» rispondeva Mesereau. In principio, «Michael
non aveva idea di come sarebbe stata interpretata la sua decisione di
mettere a tacere l’intera faccenda». Le conseguenze cominciarono a
gravare pesantemente su di lui al moltiplicarsi delle denunce e degli
avvoltoi che si mettevano in fila per aggiudicarsi una parte del suo
patrimonio, ormai sempre meno cospicuo.
Il 23 settembre 2005, l’artista volò a Londra con Abdullah, i figli e
Grace Rwaramba e prenotò un intero piano del Dorchester Hotel. Era
la sua procedura standard quando si spostava, spiegò allo sceicco, che
pagava il conto. Jackson fece quel viaggio per affrontare quella che era
forse la più straziante delle vertenze pendenti a suo carico: un’azione
legale, intentata nel novembre 2004 – nel pieno del processo penale –,
dall’ex socio d’affari e “carissimo amico” di Michael, Marc Schaffel.
Il trentacinquenne Schaffel era diventato un personaggio pubblico


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Love lives forever...
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IT'S ALL FOR LOVE!

LA DIFFERENZA TRA LA GENIALITA' E LA STUPIDITA' E' CHE LA GENIALITA' HA I SUOI LIMITI....

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